nov 112011
 

by Matteo Ficara

Cari amici lemattiani,
oggi ho il piacere di condividere con voi una riflessione profonda, che mi ha raggiunto dopo la visione del film animato Rango.

Già da tempo sono appassionato di Immaginazione, prima ancora di trovarla nella critica di Kant, prima della Memoria e delle Mnemotecniche, prima ancora di iniziare l’avventura LeMat, l’arcano senza sede, che girovaga per sondare il conoscibile.

“L’Immaginazione è il Regno della Libertà”, dico sempre, perché, quando si chiudono le palpebre, il mondo, con la sua storia, sparisce ed entriamo in una dimensione di pieno potenziale.
Molti potrebbero criticare che, di questa libertà, poco ce ne possiamo fare. Non sanno quanto sbagliano.

Nel 1975, Maxwell Maltz ci lasciava in eredità un dono enorme, affermando, dopo anni di studi ed osservazioni, che ”La mente non capisce la differenza tra la realtà ed un’esperienza nitidamente immaginata”.
Da quel giorno ad oggi la scienza (chimica, fisiologia, immunologia, psicologia, psicometria e neurologia in particolar modo) non ha potuto far altro che approfondire questo legame tra le immagini che proiettiamo nella mente e le reazioni del nostro corpo.

Nascono in questo solco il Pensiero Positivo di Louis Hay e la filosofia sotto le righe del bestseller “The Secret”.

Ma la domanda è: “Come può, l’Immaginazione, cambiare la nostra realtà?”

Scopriamolo attraverso le gesta di un caro amico: il camaleonte Rango.

Anche se ideato sulla mimica eccezionale di Johnny Depp, Rango non è un grande attore.

Chiuso nel suo mondo di vetro, inventa personaggi “in cerca d’autore”.

L’eroe pirandelliano esce sempre vincente dalle sfide contro il suo peggior nemico, un pesce di plastica, guadagnandosi il più ambito dei trofei: l’amore di un busto di donna.

In questo mondo di vetro, il peggior nemico del camaleonte (che ancora non si chiamerà Rango) non è il senso di prigionia, bensì una solitudine che non può rendergli omaggio della sua presenza, che non può riconoscergli l’unica cosa che gli resta: quell’individualità insopprimibile, che sottende ad ogni essere vivente, ma che, per esistere effettivamente, ha bisogno di riconoscimento.

Uno dei drammi che, oggi, riesco ad osservare più manifestatamente nella società è proprio quello della scomparsa dell’individualità dietro false identità, le “personalità”, che indossiamo come maschere, pur di ottenere quello che cerchiamo: il riconoscimento, appunto, l’accettazione.
Il camaleonte esprime perfettamente questa impasse dei tempi nostri, vivendola in un modo (ed in un moNdo) tutto suo: il palcoscenico, dove mimetizzarsi alla massa, annullando la propria individualità.

Non c’è identità che vada, tutte sono allo stesso tempo e modo perfette ed imperfette, poiché, anche se perfettamente realizzate, non riconosciute.

Ma qualcosa cambia.
La metafora della vita come un viaggio è sempre lì, in ogni storia, anche nella vostra.

In un incidente capita che il camaleonte resta abbandonato “sulla strada”, proiettato fuori dalla sua zona di comfort.

Quale credete che sia la sua prima, naturale, reazione?
Esatto: panico!

L’essere umano è fatto per cercare stabilità e sicurezza (vedi tabella dei bisogni umani, creata da Maslow, ampliata da Anthony Robbins e, qui, sistemata da noi), ma può crescere solo se raggiunge un equilibrio tra ciò che è stabile e ciò che è caotico.

Inutile ricordare che la parola crisi significa sia “difficoltà”, che “opportunità”, vero?

G_RANGO_GALLERY_02Ed ecco che, infatti, il camaleonte non ancora Rango, incontra, sulla sua “strada”, lo spirito guida.
Una bellissima metafora per dire che, se sei disposto ad oltrepassare il confine delle tue zone di comfort, la vita ti dona la possibilità di crescere ancora.

La storia, qui, si infittisce di koan e mistero: “Io ti aspetterò dall’altra parte”, è il messaggio che la guida dà al piccolo animale solitario, prima di indicargli la città di Polvere, nel bel mezzo del deserto.

Polvere, manco a farlo apposta, è una città morente, quelle dell’antico west, con pistoleri, banditi e carovane.
E’ una città che sta affrontando la grave crisi dovuta alla mancanza di acqua, causata (e nella storia si scoprirà solo alla fine) dal rapido espandersi della civiltà.

La polvere richiama al passato, che viene spazzato via dal nuovo.
Ancora metafore, magistralmente metafore.

Lo straniero si affaccia in città entrando nel saloon e chiedendo, indovinate un po’?
Esatto! Un bicchiere dell’unica cosa che manca: l’acqua!

Per uscire fuori dall’imbarazzo (e dai guai) creatosi in questa situazione Rango diventa Rango.
Eccolo, sul bancone del saloon come fosse un palcoscenico, a raccontare la storia del suo passato immaginario, che lo dipinge come un cow-boy vecchio stile, capace di sterminare 6 banditi con un solo proiettile (ma non erano 7 i banditi? Ehm… uno è morto di infezione).

In questo istante nasce Rango.

Questo gli è possibile per due motivi molto importanti:

  1. nessuno conosceva il suo “vero” passato, lui compreso, visto che ne scappava via, cambiando identità ogni giorno (d’altronde, è un camaleonte!);
  2. c’è una forza che sostiene la vita di questa nuova identità, nel piano dell’esistenza.

Il primo punto richiama perfettamente il concetto della storia personale di Carlos Castaneda, mentre il secondo ci introduce ad altri argomenti, altrettanto importanti: la massa critica e la fede.

Il nostro cervello, e Maxwell Maltz lo aveva scoperto (ed anche Kant), ragiona per rappresentazioni, il che vuol dire, semplicemente, che trasforma ogni stimolo in un’immagine, una rappresentazione appunto, di un oggetto o di un vissuto.

I miei studi sulla Memoria e sull’Immaginazione mi hanno dato modo di comprendere che la rappresentazione mentale è una moneta a due facce.
Da una parte, quella rivolta al passato, c’è la Memoria, che anch’essa lavora per immagini: dall’altra parte, rivolta al futuro, c’è l’Immaginazione.
Naturalmente, nel momento presente, c’è la rappresentazione stessa, momento di conciliazione tra passato e futuro.

La memoria è l’hard disk delle immagini e la fantasia il motore che riesce a ricombinarle, per generare associazioni.
E l’Immaginazione?

L’Immaginazione è l’altra sponda, il luogo da cui l’Universo, incontaminato dal nostro capriccio chiamato “storia” (quando intesa in senso collettivo, mentre diventa “storia personale” nel singolo), ci invia tutto ciò che è al di là di quello che già esiste, al fine di farci evolvere ulteriormente.

Guarda caso, la guida spirituale di Rango, che non è ancora definitivamente Rango, gli dice che troverà Se Stesso soltanto “Dall’altra parte” e Destino vuole che, per una cosa o un’altra, Rango attraversa di nuovo la “strada” sulla quale si era trovato catapultato.

E solo qui, nel luogo lontano da ogni possibile contaminazione con la zavorra chiamata “passato”, Rango diventa pienamente Rango, realizzando se stesso.

Ecco come funziona l’Immaginazione:

  1. essa necessita del coraggio di lasciare andare il passato, al fine di poter divenire ricettivi al futuro;
  2. della fede di credere di poter cambiare (la fede ed il riconoscimento sono la stessa cosa, solo che la fede è la forza individuale che rende manifeste le possibilità ed il riconoscimento necessita di una massa critica di persone che credono in una determinata realtà);
  3. della volontà di portare il cambiamento intuito nel profondo dell’Immaginazione (e quindi nel profondo di noi stessi), nel quotidiano.

E voi, avete il coraggio di lasciare andare il passato, fare tabula rasa delle vostre credenze, divenire ricettivi all’insondabile senza esprimere il giudizio su ciò che vi può sussurrare?

Se siete pronti, siete i benvenuti nel Regno dell’Immaginazione.








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Matteo Ficara ed il suo amico Rango
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